Oggi ricorre la Giornata del Ricordo. Il ricordo delle foibe e degli Infoibati.La memoria, per essere fertile e non scadere nella sua retorica, deve essere completa. Come un libro, che si legge dalla prima all'ultima pagina. Per comprenderne il senso. Senso incomprensibile, se si legge un libro solo nelle pagine che aggradano. O, peggio, che interessano. Apriamolo sempre dalla prima pagina, il libro. E leggiamolo fino all'ultima. Se ne vogliamo comprendere il senso. Anche il senso della storia.
La celebrazione del 10 febbraio, che intende ricordare i Caduti delle Foibe, è una di quelle trovate della classe politica di governo nazionale, la quale non si discosta dai caratteri peculiari di quel popolo, di cui è degno rappresentante. Val la pena rammentare l’aforisma di quel colto italiano che fu Leo Longanesi, per il quale il popolo italiano è buono a nulla ma capace di tutto. Talmente, che con la sua infingardaggine, anche culturale, ha permesso che i morti della storia italiana di quello scorcio di Novecento fossero divisi in due schiere. E così, il 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, si celebra la Giornata della Memoria in onore delle vittime della Shoa, e tutto il popolo che si richiama alle radici antifasciste si profonde in rievocazioni e cerimonie; il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, tocca agli altri, anche a quelli che col fascismo hanno o hanno avuto qualche cointeressenza, diretta o indiretta ma non ne hanno mai fatto un’approfondita disamina storica. Col “bel” risultato che, a seconda del giorno, s’ode la squilla a sinistra e la tromba a destra. In mezzo, restano quei poveri morti, che da vivi mai avrebbero immaginato il ludibrio culturale del loro sacrificio. Giacché di questo, a mio avviso, si tratta, essendoci ridotti a tener separati i termini di Memoria e Ricordo, che, com’è noto, nella fattispecie sono sinonimi.
Chissà se mai riusciremo ad innalzare un monumento, una grande Croce, ai piedi della quale collocare i sacelli di tutto il sangue italiano, colato nelle innumerevoli guerre civili del nostro popolo.
La tragedia del popolo giuliano-dalmata, con gli infoibati, l’esodo e lo sparpagliamento dei superstiti ai quattro canti del mondo, resta una pagina oscura della storia italiana. Ma non c’è volontà d’illuminarla, perché così fa comodo. Le vicende delle foibe e delle leggi razziali, i cui prodromi e le cui conseguenze non possono essere omologati alla luce della storia, pur se ambedue furono segnate da grandi tragedie, sono lo specchio in cui si riflette la sporca coscienza italiana, lavata “all’italiana” con una leggenda a cui è stato attribuito un titolo falso: Italiani, brava gente. Se a questo si aggiunge la malafede della faziosità, che tende sempre a piegare le ragioni della storia alle logiche di camarilla, il quadro che se ne ricava è impasto di menzogne, che fanno velo alla chiarezza della storia. Sarebbe a dire nel nostro caso che, estrapolando il capitolo delle foibe da quello che fu il tempo che precedette il fascismo e lo connotò durante il suo regime,non si comprenderanno mai cause ed effetti che portarono al sacrificio di quanti finirono nelle gole carsiche, gettati dalla furia dei miliziani del IX Corpus jugoslavo.
Un fatto è certo: per l’appartenenza all’Italia i giuliano-dalmati pagarono il conto più salato delle follie italiane di quegli anni. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale patirono fame e morte come tutti gli italiani ma furono l’unica parte di un popolo che, al contributo di triboli e sangue, dovette aggiungere l’abbandono definitivo delle proprie terre. E solo una piccola parte di essa trovò ospitalità entro i confini nazionali nostri. La maggior parte dovette sciamare tra le Americhe e l’Australia.
Se ci si sofferma a celebrare il ricordo di tanto dolore, senza risalire a monte dei fatti che lo precedettero, si rende un pessimo servigio alla storia e non si fa un buon lavoro di costruzione di un miglior futuro.
E per far sì che la storia non sia passata invano, va subito detto che le foibe non furono scoperta dei titini quale patibolo di intere popolazioni. Furono i fascisti ad usare per primi quelle cavità carsiche e con lo stesso scopo. Vi precipitavano ed all’inizio degli anni Venti del ‘900, dopo le scorrerie che faceva in Croazia ed in Slovenia lo spietato squadrismo fascista triestino, dopo il consueto colpo alla nuca, tutti gli abitanti di quelle terre plurietniche che non si rassegnavano all’operazione di italianizzazione forzata, precedente e successiva al Trattato di Rapallo, che assegnò l’Istria all’Italia. Quell’operazione fu di una violenza inaudita: abolite tutte le società culturali, sociali, sportive e religiose slovene e croate, distrutte le loro sedi, chiuse le loro scuole di ogni ordine e grado, vietati libri e giornali in lingua locale, italianizzati i cognomi di famiglia, finanche sulle lapidi dei cimiteri, e cambiata la toponomastica di paesi e città. Migliaia di croati e sloveni furono deportati e con loro tutti quegli italiani che si schierarono a favore delle minoranze linguistiche.
Ci siamo accontentati, noi italiani, tramite il lungo silenzio dei nostri governanti ed una certa pubblicistica che ha mentito e mente alla storia, di caricare il popolo slavo di quella veste di spietatezza, con la quale si è spiegata la pratica di assassinio di massa, compiuto a fine guerra nei confronti degli italiani d’Istria e di Dalmazia. Mai una riflessione sul fatto che la furia slava fu la conseguenza del precedente furore italiano nonché la sua vendetta. Ora, si potrebbero fare tutti i ragionamenti che si vogliono, sulla fraternità umana, sul rispetto del nemico e su tutte le argomentazioni che da sempre occupano le “anime belle”. Ma un dato rimane certo ed incontrovertibile ed è insegnamento della storia: da che mondo è mondo, sangue chiama sempre sangue. E di sangue, noi italiani ne facemmo versare a litri in quelle terre martoriate ed invase dalle armi tricolori.

Fu guerra al coltello, quella che gli italiani combatterono nei Balcani fra il 1940 ed il 1943. Aggressori di terre che non meritavano l’invasione (senza soffermarsi tanto sui particolari, si dirà soltanto che fra il Carnaro e l’Egeo esistevano larghissime fasce di ammiratori del fascismo, che andavano dai capi di governo alle frange più umili delle popolazioni) gli italiani ne combinarono di tutti i colori da quelle bande, da offuscare, in molti casi, la triste fama che precedeva e seguiva le avanzate delle truppe naziste. Pochi sanno quello che combinò l’esercito italiano in Grecia. Pochi conoscono l’eccidio di Domenikon, un villaggio della Tessaglia, circondato e bruciato dai soldati italiani della Divisione Pinerolo, comandata dal generale Cesare Benelli, il quale, dopo l’uccisione di 9 soldati italiani, intese dare «una salutare lezione» non a coloro i quali avevano attaccato il drappello italiano ma a tutta la popolazione civile di quel villaggio greco, la quale fu rastrellata, concentrata nella piazza del paese e sottoposta al mitragliamento e al bombardamento degli aerei da caccia italiani. Il paese bruciò e dai superstiti cittadini furono tratti 150 civili maschi, dai 15 agli 80 anni, e passati per le armi.
Nel campo di concentramento di Luisa, in Magnesia, una delle quattro province della Tessaglia, i soldati italiani fucilarono per rappresaglia oltre mille prigionieri di guerra greci e centinaia ne lasciarono morire di stenti.
Ma dove ci dimostrammo “capaci di tutto” e tutt’altro che “brava gente”, e non per la prima volta in verità, fu in territorio jugoslavo. Il generale Mario Roatta, comandante della 2ª Armata in Croazia, impartì ordini draconiani sulla repressione del movimento di resistenza croato contro gli italiani, che non risparmiarono paesi e città occupati e nemmeno donne, vecchi e bambini. La sua famosa (per chi la conosce) Circolare d’Ordini contiene la famigerata formula «una testa per dente». Ogni dente italiano che cadeva meritava la caduta di una testa slava. Se si calcola che ogni uomo dispone di 32 denti, si fa presto il conto. Per ogni italiano che cadeva, rotolavano 32 teste slave. I tedeschi fucilavano dieci persone per ogni tedesco ammazzato. E gli ordini di Roatta furono, naturalmente, eseguiti. La provincia di Lubiana fu spazzata dal fuoco dei plotoni d’esecuzione italiani e nei campi di concentramento dell’isola di Rab, una dell’arcipelago nel Golfo del Quarnaro, furono rinchiusi 100 mila prigionieri slavi, di cui 20 mila morirono di scariche di fucileria e di stenti. Nei campi di concentramento italiani sulle isole di Ugliano, di fronte a Zara, e di Melada, nella stessa provincia, furono fatti volutamente morire di malattie e d’inedia 12 mila sloveni e croati. Nel campo di concentramento di Arbe, un’isoletta dove oggi gli italiani vanno a trascorrere serene vacanze all’insegna del risparmio, i loro padri e i loro nonni, in divisa dell’Esercito Italiano, lasciarono morire di fame 2.600 persone, fra cui moltissimi vecchi e bambini. Nella zona di Lubiana imperversò il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiano, passato alla storia per la frase che pronunciò, durante la sua permanenza in Slovenia: «Qui si ammazza troppo poco». E i Granatieri di Sardegna, insieme con i fanti della Divisione Isonzo e gli alpini dei battaglioni Ivrea e Aosta, si diedero da fare: bruciarono, come al solito, paesi e villaggi, rastrellarono le popolazioni e fecero tutte le porcherie (stupri, saccheggi e violenze varie) che fanno le truppe d’occupazione di ogni esercito. Agli alpini si deve la distruzione d’interi villaggi in Montenegro per ordine del governatore italiano, il generale Alessandro Pirzio Biroli, e la fucilazione dei contadini che vi abitavano. In Bosnia Erzegovina reparti della milizia fascista e unità dell’esercito italiano, per ordine del prefetto di Fiume, Temistocle Testa, e in seguito all’uccisione di due insegnanti italiani, occuparono il villaggio di Podhum e, dopo averlo dato alle fiamme, ne rastrellarono la popolazione. In una cava i reparti misti di militi e soldati fucilarono 91 bosniaci. Il resto delle donne, dei vecchi e dei bambini furono deportati.
Le truppe italiane passarono per le armi 200 mila civili balcanici.
Consultando gli archivi per la stesura di un mio libro, non mi meravigliai dei particolari raccapriccianti che i documenti d’epoca riportavano sull’orribile fine fatta da miei compaesani caduti sul teatro balcanico nella Seconda Guerra Mondiale. Ne ho taciuto la descrizione e la tacerò, portandomi i segreti nella mia tomba, per pietà nei confronti dei congiunti dei caduti, ancora viventi. Sapendo cos’era successo in quegli anni su quei teatri di guerra, giacché la storia militare mi ha sempre appassionato e mi appassiona ancora, capivo che le mutilazioni dei prigionieri italiani, presi da mano titina, e gli scempi dei cadaveri dei nostri soldati, caduti sotto il fuoco slavo, erano frutto di vendette, perpetrate per vindice rappresaglia.
E altrettanto fu, quella delle foibe. Quando le armi italiane tacquero, sconfitte dai popoli delle terre che avevamo invase, avanzò la vendetta. E fu la peggiore, quella che l’antico Codice di Hammurabi prevedeva in un’epoca in cui, si dice, imperasse la barbarie: occhio per occhio e dente per dente. E dobbiamo chiederci se, dopo tutto quello che s’è detto e altro ci sarebbe da dire, la nostra “civiltà” non fu altro che barbarie.
Accanto alla partecipazione al dolore che avvolse le popolazioni giuliano-dalmate, vittime della furia titina, dobbiamo mettere un grande senso di vergogna tutta nostra. Dobbiamo sentire profondissimo disagio per quello che noi facemmo come popolo ad altri popoli. E non ce la possiamo cavare, ribaltando le responsabilità su un regime politico che ispirò quelle politiche forsennate e che fu abbattuto dalle armi straniere e dalle ragioni della storia. La responsabilità delle sevizie praticate agli slavi ci appartengono, a ciascuno di noi italiani. Se a macchiarsi di simili misfatti fossero stati soltanto i reparti di Camicie Nere e le polizie politiche dell’epoca, l’operazione di italianissimo scaricabarile ci sarebbe riuscita. Ma il grosso delle efferatezze fu compiuto da reparti dell’Esercito Italiano, formato all’epoca dai nostri padri e dai nostri nonni. Una vergogna che non è stata lavata, come fu per i tedeschi e per i giapponesi, i quali videro i loro quadri dirigenti penzolare dalle forche o languire in carcere, ad espiare le colpe delle loro responsabilità di aggressori di nazioni altrui. Per gli italiani non ci fu un Processo di Norimberga o l’analogo di Tokio e non serve qui spiegarne le motivazioni, che furono tutte di ordine politico e di convenienza internazionale. I dirigenti italiani, insediatisi al potere dopo la guerra, facendosi complici morali del passato regime, risolsero la questione “all’italiana”. Come per tutti gli enigmi dei nostri anni terribili, che iniziarono col nostro Risorgimento e continuano imperterriti a coprire le mille verità della nostra storia molto opaca e poco fulgida, chiusero i carteggi negli «armadi della vergogna» dei ministeri, dove ne giacciono ancora molti in attesa che la nemesi della storia si affermi, e consentirono che i tanti criminali di guerra italiani continuassero a fare splendide carriere, sia politiche sia militari, in nome del “servizio alla Patria”. Tanto, il conto lo aveva pagato quel mezzo milione di giuliano-dalmati, colpevoli soltanto di essere italiani, molti dei quali erano antifascisti e pure d’annata.
Se non si va a scavare fra queste pagine di storia nostra, conosciute soltanto da pochi studiosi ma di difficile divulgazione, stante ancora ogni ritrosia a rendere note vicende che si vuole restino ignote, la commemorazione di quanti soffrirono con le foibe e con l’esilio è sterile e ripetitivo processo commemorativo, che piega le ragioni della storia alle logiche di camarilla. E non avremo reso né giustizia ai morti né buon servigio alle giovani generazioni. Chi si ostina ad ignorare la storia del passato è costretto a riviverla, nel presente e nel futuro. E la civiltà sarà sempre soppiantata dalla barbarie.
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